Recensione di Nessun Dolore di Gianni Amelio
02/11/2026
Lo psicologo al cinema
Nessun dolore di Gianni Amelio
"Nessun dolore" è il titolo di una nota canzone di Lucio Battisti che parla di anestesia emotiva. È stato utilizzato anche da Gianni Amelio per il suo ultimo film. Che guarda caso parla del prendersi cura, utlizzando un originale intreccio tra libri e migranti. L'incipit del film è: "Questa storia deve ancora accadere". Può trattarsi dunque di una parabola, come di una fuga in avanti nel tempo o di un desiderio irrealizzabile. Ma veniamo alla vicenda. C'è un venditore di libri usati, Davide, convinto che i libri non interessino più a nessuno, men che meno quelli usati. Però continua a esporli nel suo chiosco con un misto di affetto e rassegnazione. A questo personaggio se ne affianca un altro: Elsa. Una docente universitaria di letteratura, che inonda Davide di libri senza chiedere nulla in cambio. Perché è convinta che i libri debbano "camminare". Elsa è la stessa che a lezione non riesce ad entusiasmare l'uditorio quando legge versi altisonanti. Che forse non convincono neanche lei. Questo non le impedisce di essere una docente premurosa. Lo è anche nel privato: con il suo compagno e con Davide. Che subisce un furto in casa: gli rubano tutto, librerie incluse, tranne i libri che vengono buttati a terra formando una coltre spessa e scomposta. Il regista sembra riflettere sul valore dei libri. Che non parlano ma ci parlano permettendoci di vivere molte vite. Perché ciò accada vanno scambiati, vissuti e non dimenticati sugli scaffali. O peggio ancora usati come complementi d'arredo. Tuttavia suggerisce che non basta essere lettori colti e appassionati per accorgersi di chi ci vive intorno. Perché solo la pietas può addolcire il nostro sguardo e il nostro cuore. Come accade ad Elsa e a Michele. Quest'ultimo lavora in ospedale come custode dell'obitorio. Si occupa di cadaveri, anche di quelli che non vengono reclamati da nessuno. E lo fa con rara umanità. Davide lo conosce in una circostanza drammatica: un giovane immigrato nordafricano gli impone di occuparsi di suo figlio. Lui si rifiuta, turbato. Ma il bambino non desiste e lo segue. Allora Davide lo scaccia in malo modo mentre in strada sfreccia una moto che tragicamente lo investe. Divorato dal senso di colpa, decide di occuparsi degli ultimi. La sua abitazione diventerà un rifugio per immigrati clandestini e lui, suo malgrado, finirà in carcere per favoreggiamento.
Sembra che Davide, come molti di noi di questi tempi, fatichi a trovare la giusta distanza emotiva da una realtà spietata e sempre più pervasiva. Oscillando tra l'anestetica indifferenza e l'esserne sopraffatto. Come la sua fame d'aria fa intuire: quando è in difficoltà infatti fatica a respirare.
Fulvia Ceccarelli