In altre parole, è come se il terapeuta dicesse:
“Mi vai bene così come sei, non ti chiedo niente. Non intendo curarti, modificarti, non ti critico né ti disapprovo. Sei tu a rivolgerti a me, a denunciare che qualcosa non va, a portarmi i tuoi bisogni inappagati. Io non mi propongo di soddisfarli, sarebbe illusorio, ma sono pronto e capace, se vuoi, ad accompagnarti nella ricerca delle ragioni del tuo malessere.
Guarderemo dentro la vicenda che si svolgerà tra di noi, cercheremo in ogni momento di capire che cosa chiedi, perché lo chiedi così, la storia che ci sta dietro.
Se tutto andrà per il meglio, verrà il momento in cui potrai parlare la tua lingua e comprendere quella degli altri senza la necessità di me come interprete.”
Sergio Erba
Sergio Erba e l’eredità de Il Ruolo Terapeutico: un decennio di riflessione tra Etica e Clinica
A dieci anni dalla scomparsa di Sergio Erba (1935-2016), come comunità di terapeuti di indirizzo psicodinamico-relazionale ci ritroviamo a riflettere su un’eredità che non è solo teorica, ma profondamente esistenziale. Persona, terapeuta, medico, psichiatra e psicoanalista, Erba ha saputo distillare, partendo sempre con rigore dalla sua pratica clinica, un pensiero originale e un’idea di cura profonda, moderna e innovativa incarnata in un’istituzione poliedrica: Il Ruolo Terapeutico.
Le Radici del Cuore: Dall’Ospedale Psichiatrico alla Cura della Persona
La storia di Sergio Erba non comincia tra le pagine di un manuale, ma nell’incontro vivo con la sofferenza. Figlio d’arte, cresciuto tra la dedizione medica del padre e la sensibilità letteraria della madre, Sergio scelse la medicina come vocazione dell’ascolto. Il suo sguardo sulla sofferenza si forgiò nel “territorio arido, chiuso e immobile” del manicomio.
Il suo percorso affonda le radici in uno strenuo e costante confronto con la psichiatria del “contenimento” degli anni ’60 e ’70. Operando presso l’ospedale Paolo Pini, Erba si oppose con forza alla spersonalizzazione dell’istituzione totale, avvicinandosi alle posizioni di Franco Basaglia. Per Erba, il manicomio non era solo un luogo fisico, ma una “mentalità” basata su uno stile di potere repressivo che ignorava la dimensione soggettiva del malato.
Per Erba, il manicomio non era solo un luogo fisico, ma una “mentalità” basata sul potere repressivo; la sua risposta fu un impegno costante nel vedere, dietro ogni “alienato”, una singola, concreta individualità, (persona, avrebbe detto) con cui entrare in relazione. Egli iniziò a strutturare l’idea che l’occuparsi della sofferenza psichica richiedesse un cambio di paradigma: passare dalla concezione “naturalistica” del soggetto-oggetto alla valorizzazione della Persona come essere unico, libero e responsabile.
L’Incontro con i Maestri e la Nascita di un Pensiero Affettuoso
Dopo l’esperienza ospedaliera, Erba nutrì la sua mente e il suo spirito attraverso il confronto con grandi maestri come Pier Francesco Galli, Johannes Cremerius e Gaetano Benedetti, scegliendo una strada spesso dissidente rispetto all’ortodossia elitaria della psicoanalisi tradizionale. Da questo cammino emerse il cuore pulsante della sua teoria: il concetto di Persona come “pietra angolare”. Per Erba, la cura non poteva essere l’applicazione fredda di una procedura, ma un atto di profonda solidarietà umana. Egli sosteneva che il terapeuta dovesse rappresentare una “presenza stabile, attenta, affettuosa e amorevole”, capace di accogliere il paziente in tutte le sue parti, sane e malate. In questo passaggio dalla scienza all’etica, la persona del paziente viene finalmente riconosciuta come unica e irripetibile, dotata di libertà e responsabilità pari a quelle del terapeuta: un incontro tra due esseri umani che, pur nell’asimmetria dei ruoli, si riconoscono nella stessa potenzialità di salute.
La Dimensione Teorica: La Struttura e la Libertà
Il nucleo del pensiero di Sergio Erba si fonda sulla distinzione tra Processo e Struttura. La relazione terapeutica è vista come un fiume:
• Il Processo è l’acqua: il flusso incessante di affetti, emozioni, paure e desideri che agita sia il paziente che il terapeuta.
• La Struttura (o Setting) rappresenta le sponde: l’elemento oggettivo, stabile e predeterminato che permette all’acqua di non disperdersi e di assumere la forma di un “fiume”.
Tra i pilastri teorici fondamentali definiti da Erba troviamo:
• La Persona come Pietra Angolare: Il paziente non è un oggetto di procedure, ma un interlocutore dotato di pari dignità etica e responsabilità di sé rispetto al terapeuta.
• Il Principio del Fifty-Fifty: Nella relazione vige una parità assoluta in termini di libertà e responsabilità. Se il terapeuta ammette deroghe a questo principio, rischia di attribuire i fallimenti clinici solo al paziente o a circostanze esterne.
• L’Asimmetria di Ruolo e la Reciprocità Umana: Sebbene sul piano umano vi sia parità, la relazione è tenuta viva dalla differenza asimmetrica di Ruolo tra chi chiede aiuto e chi esercita un’autorità di servizio, finalizzata a “far diventare grandi” i pazienti, in analogia con la funzione genitoriale.
La Prassi Clinica: Rispondere “Sulla” Domanda
Sul piano tecnico il concetto cardine è la gestione della domanda di aiuto, considerata “malata” per definizione quando il paziente delega all’altro la competenza sulla propria vita. Il compito del terapeuta non è rispondere alla domanda (colludendo con l’illusione di onnipotenza), ma rispondere sulla domanda, evidenziando le modalità reattive e deformate con cui il paziente si rapporta al presente a causa del suo “difetto primario”.
Il Ruolo Terapeutico: Rivista, Scuola e Impegno Civile
Fondata nel 1972 insieme a Pierluigi Sommaruga, l’associazione Il Ruolo Terapeutico è nata con una forte vocazione civile, applicando la psicoanalisi anche al lavoro nelle istituzioni e con i pazienti più gravi.
• La Rivista: Spazio di discussione clinica e politica, ha ospitato oltre cinquanta contributi di Erba, mantenendo vivo il legame tra psicoanalisi e società.
• La Scuola di Formazione: Concepita come cammino di maturazione umana. Per Erba, la formazione è permanente: il terapeuta deve costantemente confrontarsi con la propria “ferita primaria” attraverso la supervisione e il rapporto dialettico con la Struttura.
• I Forum di Formazione Civile: Testimoniano l’apertura del gruppo a temi sociali, invitando figure come Rita Borsellino e Marco Travaglio, per ribadire che la cura dell’individuo non può prescindere dalla responsabilità civile.
Conclusione: Essere o Fare i Terapeuti?
Sergio Erba ci ha lasciato un interrogativo che risuona ancora oggi nelle aule della nostra Scuola: “Essere o fare i terapeuti?”. Sebbene si tratti di un mestiere che richiede attrezzi e regole (il “fare”), l’implicazione profonda della persona del terapeuta rende questo atto un modo d’essere (l'”essere”).
A dieci anni dalla sua scomparsa, il suo metodo continua a indicare una linea di tendenza: una clinica che non si rifugia nel tecnicismo, ma che trova nella propria posizione etica la bussola per navigare la complessità della sofferenza umana.



