Un grazie particolare va a Cecilia, Sara, Silvia, Icli, Matteo, Donatella 1, Donatella 2, Paola, Gianna, Maria Teresa, la cui presenza, partecipe e generosa, ha permesso al gruppo di esistere e a questo scritto di essere elaborato.

Da tempo coltivavo un sogno: dar vita ad un Laboratorio di lettura. Laboratorio, perché immaginavo qualcosa di non rigidamente strutturato, da aggiustare in itinere sulla base di ciò che l’esperienza avrebbe suggerito. Così, circa un anno fa, ho predisposto e fatto circolare una locandina dal titolo La lettura come strumento terapeutico, che ha raccolto un discreto numero di adesioni.
L’idea è nata parlandone con un amico che ha condotto gruppi di lettura. Da quel momento ho iniziato a reperire informazioni, senza però trovare una modalità che mi convincesse fino in fondo. Che sentissi viva e coinvolgente, come accade quando inciampiamo per caso in qualcosa che ci fa vibrare dentro. Un libro, ad esempio, quando tocca certe corde.
A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di scegliere una tematica generale in base alla quale orientare le proposte. Oppure concordare la lettura di un libro che tutti avremmo letto nel mese intercorrente tra un incontro e il successivo, per commentarlo insieme. Tuttavia, considerato che un mese vola in fretta e può non essere sufficiente, a meno di scartare testi voluminosi, resta comunque il fatto che ciò che piace ad alcuni non piace necessariamente ad altri. E una delle poche regole della casa è che un libro può essere letto solo se ci ingaggia. E lo scopo del Laboratorio è incuriosire.  Condivido appieno il suggerimento del buon Pennac, che sostiene che, se tra libro e lettore non scatta una “corrispondenza di amorosi sensi”, meglio piantare il libro a metà. Oltre al fatto che già nel quotidiano siamo obbligati a leggere obtorto collo libretti di istruzione, clausole capestro e via dicendo.
Mentre ero alle prese con i miei dubbi, mi sono imbattuta in Fahrenheit, un interessante programma radiofonico in cui degli attori leggono brani tratti da racconti e romanzi. Che mi ha fatto riscoprire il piacere di ascoltare storie lette ad alta voce da altri. Come accadeva con le fiabe. Quando, sbrigliando la fantasia, fantasticavamo di luoghi e personaggi evocati dal racconto. Da un lato, impazienti di sapere come sarebbe andata a finire. Dall’altro, dispiaciuti di abbandonare dei compagni di avventura.
Così, mi è venuto in mente di coinvolgere un’amica attrice, proponendole di diventare la lettrice ufficiale del nascente gruppo. E lei, seria, mi ha domandato: “Perché cerchi un attore che si cali nella parte e non ti fidi del fatto che, se un certo personaggio e una certa trama ti hanno particolarmente colpita, troverai il modo di trasmetterlo a chi ti ascolta. Attraverso le pause, l’intonazione della voce, le sottolineature che saprai fare solo tu in quel preciso modo. Perché hanno conquistato te e non un altro”. Prendendo il coraggio a due mani,  ho deciso che, di volta in volta, qualcuno del gruppo avrebbe letto agli altri poche pagine di un racconto che gli stava particolarmente a cuore. Presentandole a modo suo e fidandosi del buono che ne sarebbe scaturito.
Al primo incontro eravamo una dozzina di persone. Più donne che uomini. Dopo aver brevemente illustrato le idee che mi frullavano in testa, sono entrata nel vivo, leggendo ad alta voce e in modo passabilmente gradevole, un brano tratto da Segreta penelope di Alicia Gimenez Bartlett. Rispetto al quale, peraltro, nutrivo qualche dubbio. Perché il tema trattato era impegnativo. Infatti il personaggio di Ramona, psicoterapeuta di lungo corso, sostiene la tesi che le donne siano più esposte degli uomini ad ammalarsi di patologie psichiche. Terminata la lettura, dopo attimi di silenzio, ho chiesto ai presenti di ascoltarsi dentro e provare a sentire quali emozioni avessero suscitato in loro le parole del racconto. Timidamente, una dopo l’altra, sono emerse delle riflessioni e anche qualche critica. Cosa spiazzante e apprezzabile al tempo stesso, perché il Laboratorio, per  non implodere, non può che essere uno spazio fisico e mentale, all’insegna della libertà di pensiero e di parola. Mica facile!
Questa è stata la nostra modalità di procedere. Con cui abbiamo affrontato temi molto umani, al di là delle epoche storiche e delle latitudini. Ad esempio, leggendo Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace, abbiamo riflettuto su cosa significhi scegliere e su come ogni scelta implichi l’abbandono di qualcosa in favore di qualcos’altro, generando cambiamento. Con Nemesi, di Philip Roth, abbiamo sfiorato il tema della morte, chiedendoci se esista una buona ricetta per convivere con la sua ombra lunga o se sia meglio vivere fingendo di essere immortali. Questo tema, intenso e delicato, è stato reso pensabile grazie alle diverse anime presenti nel gruppo. E ci ha affratellato. Alla fine dell’incontro ci abbracciamo e le persone si attardano a parlare tra loro più del solito. Con Riparare i viventi, di Maylis de Kerangal, affrontiamo il tema della donazione degli organi di una persona cara, morta di morte improvvisa, spesso molto giovane. Immedesimandoci nei parenti più prossimi, ci siamo chiesti cosa si provi sapendo che continuerà a vivere sì, ma sparpagliata in tante persone diverse. Leggendo L’uomo che vede passare i treni di Simenon, riflettiamo su quale sconquasso produca la fine di una storia d’amore. Mettendo a confronto il punto di vista maschile e femminile. Con L’arte di viaggiare di Alain de Botton, parliamo del “sublime”. Che per alcuni è la sensazione di sentirsi parte di un tutto, che seduce e nel contempo umilia, perché ci mette di fronte alla nostra finitezza di uomini. Come accade quando ammiriamo un paesaggio, un’opera d’arte, un fiore. Con In fuga, tratto da Scherzi del destino di Alice Munro, trattiamo dell’incontro con l’Eros. Di cosa significhi per noi il rifiuto dell’altro e di come talvolta ci si riconosca, a pelle, tra estranei. Di quanto il destino esista a prescindere o di quanto invece ne siamo artefici. Con Ricordi e racconti di Umberto Saba, affrontiamo il tema del rapporto con chi, affettivamente vicino a noi, come una madre ad esempio, ha una sensibilità diversa dalla nostra. E ci ama diversamente da come vorremmo. Forse crescere significa imparare ad accettarlo. Con Il Regno di Emmanuel Carrère, trattiamo il nostro rapporto con la fede, interrogandoci su cosa significhi vivere senza potersi affidare a qualcuno. Leggendo La vita accanto di Maria Pia Veladiano, parliamo dell’importanza dello sguardo materno in cui potersi rispecchiare. E di come la vita possa darci anche una seconda chance. Con L’amore che mi resta di Michela Marzano, ci soffermiamo sul tema della ricerca delle proprie radici, molto sentito dai ragazzi adottati. In cui la voragine aperta dall’abbandono non sempre è sanabile. E poi per Natale, ci è stato donato da Sara un racconto intitolato Un ricordo di Natale di Truman Capote. Che descrive l’atmosfera di un Natale di altri tempi. In cui nell’enorme cucina di una vecchia casa di campagna, una stufa economica satura l’aria del profumo delle focacce natalizie. Da regalare a persone viste una sola volta nella vita, o mai incontrate o che hanno semplicemente colpito la fantasia dei due protagonisti. Prospettive inedite, guardandole oggi.
Ora siamo un gruppo di undici persone che si incontrano stabilmente da circa un anno. E come in ogni gruppo che si rispetti, vengono a contatto tra loro, dal nulla, mondi diversi con annessi paure, fastidi e contaminazioni positive. C’è chi prende la parola a lungo. Chi freme per dir qualcosa e non si autorizza a farlo. Chi sembra mantenere le distanze, eppure ogni tanto apre uno spiraglio sulla sua storia. Chi commenta in modo “selvatico”. Potremo diventare compagni di avventura oltre che di lettura? – sembra essere la domanda muta che circola nel gruppo. La possibilità di esprimere liberamente il proprio sentire esente da giudizio e un ascolto rispettoso hanno permesso alle persone di fidarsi e iniziare a dialogare. Ognuno coi suoi tempi, raccontando di sé cose che normalmente non si raccontano a degli sconosciuti. Ed è così che dopo una fase di annusamento reciproco, sono state messe da parte paure e insofferenze in favore della curiosità suscitata dall’incontro con gli altri. Dei libri hanno permesso a tutto questo di accadere.
Un’altra considerazione. Anche se sono proprio le parole e il loro uso sapiente ad affascinarci nella lettura, non sempre esse facilitano la comunicazione. Talvolta, al contrario, la rendono ambigua, faticosa, trasformandosi in gabbie che imbrigliano. Allora si può comunicare senza parole, visto che esiste il linguaggio del corpo, che è schietto e non bara? Personalmente credo che, per comprendere davvero cosa abbia nel cuore l’altro, non rimanga che chiederglielo.
La nostra esperienza ci conferma che ascoltare una voce che legge è un bel modo per iniziare un incontro. Promette bene, perché è un ascolto condiviso. Anche se lo scotto che il lettore di turno paga è una leggera ansia, affollata di domande del tipo: piacerà quello che ho letto? Troverà un’eco negli altri? E poi, come per magia, basta che il gruppo gli chieda perché ha scelto proprio quel racconto e si interroghi su quali emozioni esso abbia suscitato, perché si svelino percorsi inattesi e intrecci imprevedibili tra le parole degli autori e quelle dei presenti. Non solo. Se si prova a lasciare andare la mente durante l’ascolto, si entra in risonanza con lo stato d’animo del lettore. E poi magari, tornando a casa, ci si ricorda che quel vissuto è stato anche nostro. E impariamo a viverlo da una prospettiva nuova.
Il nostro Laboratorio di lettura è stato una sorta di montaggio cinematografico. In cui si sono alternate sequenze del racconto che ci veniva letto, con personaggi e ambientazione propri, a sequenze di vita di noi lettori, filtrate attraverso la scelta delle letture. Lasciar circolare liberamente le emozioni, cioè viverle nel momento in cui si presentavano, ha permesso di scandagliare i richiami nascosti tra narrazione e vita.
Così ci siamo rivelati un po’ e un po’ siamo entrati nelle vite degli altri.
A oggi non sappiamo cosa ci riserverà il prossimo incontro. Quello che è certo è che siamo curiosi di scoprire quali pagine ci verranno lette e quali temi esse evocheranno in ciascuno di noi. Consapevoli del fatto che implicitamente il lettore ci chiede anche di prenderci cura di ciò che ci affida.
Così, un lunedì al mese, con in borsa il libro che abbiamo incontrato o che ci è venuto incontro, con un segnalibro infilato in una certa pagina, ci predisponiamo a incontrare persone, storie o incipit di storie.
Abbiamo fatto tanta strada insieme. All’inizio eravamo solo una banda di musicanti avvezzi agli assoli e ora siamo diventati un gruppo di musicisti. Che, pur ignorando cosa li attenderà a settembre, sono fiduciosi che sarà un bel concerto e che torneranno a casa con tante domande e una musica dentro.

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Il Laboratorio di Lettura del Lunedì