Riflessioni sul film “Un Giorno di Pioggia a New York” diretto da W. Allen
di Gianluca Caldana

Ci sono rari e speciali racconti, romanzi, plays teatrali e film, toccati dalla grazia.  Anche se, apprestandoci a commentare un’opera di Woody Allen non dovremmo poi tanto meravigliarci di riuscire a inserirla in tale categoria. Perché il “maestro”, nei suoi lavori, ha la capacità di miscelare ingredienti emozionali e intellettuali di grande qualità, accompagnando l’eleganza formale di un’impiattamento stellato, in stile “nouvelle cuisine”, alla sostanza di una pietanza della tradizione.  Ma cosa ci aspettiamo da un pranzo squisito e raffinato che ha soddisfatto tutti i sensi e resterà indelebile nella memoria come un’esperienza da ripetere ancora? Che non appesantisca lo stomaco e venga digerito amabilmente. Il tocco di leggerezza di Allen è infatti unico e leggendario. Capace di proporre una “cassoeula”, ma perfettamente sgrassata. Come quando si traveste da Bergman e lo omaggia con opere a tinte drammatiche, quali “Settembre”, “Blue Jasmine” e il mio preferito, sugli altri della serie, “Un’Altra Donna”. O all’inverso, nel genere a lui congeniale, la commedia, in cui le modalità di cottura apparentemente leggera si schiudono a tutta una serie di sfumature, retrogusti e sapori altamente significanti, Un po’ come accade per le storie sufiche costruite a mo’ di cipolla di cui ogni strato rivela un significato più profondo, e quelle del “wiz”, l’irriverente battuta di spirito in yiddish del tradizionale umorismo ebraico, mai fine a se stessa. Leggerezza che vuole suscitare il sorriso riuscendo a far pensare. La leggerezza, una qualità che dovrebbe far parte della strumentazione psichica di ogni psicoterapeuta all’interno del “setting”, per ridurre, se usata in maniera appropriata, ansie, angosce e identificazioni proiettive massive dei pazienti.  Per certi versi, e Woody Allen, come tutti noi sappiamo, ha maturato una lunga esperienza in merito, un suo film è come una seduta di psicoterapia. Di quelle a cui si va sempre volentieri. Perché non fanno mai male, e il più delle volte fanno molto bene.

Nel suo nuovo film “Un Giorno di Pioggia a New York”, una commedia romantica, dopo aver divagato in Europa, Allen, ancora una volta torna nella città, set abituale dei suoi film.  Che a ben guardare rappresenta il suo mondo interno, la sua mente, dentro cui, “pirandellianamente”, si muovono personaggi in cerca d’autore. Proprio come accade per certe riflessioni e elaborazioni interiori, ancora indefinite e indeterminate e alla ricerca di significati. Forse è per sottolineare questo aspetto, nel nuovo lavoro, che il volto del protagonista principale viene a volte ripreso in ombra, secondo la lezione di Ingmar Bergman che riteneva che nel cinema non bisogna mostrare tutto, e anzi, la ripresa di un personaggio seminascosto dietro a qualcosa, o visibile solo parzialmente può aggiungere maggiore efficacia e vigore espressivo. Per analogia collegandoci alla relazione terapeutica va ricordato che il pensiero è “figlio” dell’assenza. Di conseguenza una risposta o una restituzione del terapeuta che voglia essere perfettamente esplicita e definita non può che saturare la mente del paziente con contenuti già masticati e digeriti da altri. Come direbbe Wilfred Bion, togliendo il mistero dell’imprevedibile alla seduta, e indirizzandola verso una mera fruizione pedagogica. L’ansia di definizione spegne le potenzialità di significazione della mente e la sua capacità di operare intermini simbolici. Si rende quindi indispensabile che le comunicazioni terapeutiche non si propongano con modalità esaustive e saturanti, ma contengano sempre una quota di insaturo, di sfuocato, un elemento di mistero.

Il desiderio di rendersi definiti e esaurienti rischia fortemente di limitare nei pazienti, la capacità di espandere significati, di avviare nuove direzioni di senso. Di pensare. Ma insieme ai cambi di luce in scena, come detto sopra, captiamo subito che qualcosa di diverso pervade il film, a cominciare dai colori dipinti sullo schermo da Vittorio Storaro, direttore della fotografia, una tavolozza di pastelli caldi in tutte le sfumature, fino alla scelta dei due attori principali entrambi giovanissimi. La poetica di Woody Allen è quella che tutti noi ben conosciamo ma ad essa si aggiungono nuovi ingredienti che l’arricchiscono di sapori insoliti e molto, molto gradevoli. Troviamo, com’è di prammatica, l’ironia pungente, il cinismo mordace, la nostalgia, il romanticismo che sono un segno distintivo del regista Mentre  nel corso delle dis-avventure, che accompagnano Gatsby (un nome che è già un programma) e Ashleigh, nel weekend che non sarà quello fantasticato, entra in campo tutta la sua visione della vita: la tolleranza per i limiti degli esseri umani, e la capacità di fronteggiare  delusioni e capricci del fato, Con un sorriso, a volte amaro e disincantato, a volte divertito. Nel film, utilizzando il registro della commedia alla Lubitsch, Allen tocca questioni di spessore, l’insoddisfazione di fronte alle proprie creazioni artistiche, la fragilità dei sentimenti amorosi, il conflitto tra idealismo e ambizione, i costi in sofferenza per individuarsi. Senza mai trarre conclusioni banali e risapute o risolvendole con i ribaltamenti paradossali in cui è maestro. Allora dove sono le novità vi chiederete? Questo è il solito inimitabile Woody nel bene e nel male, concluderete. Impossibile sbagliarsi. E invece no. Quando già pensavate che la causticità dell’autore trovasse sfogo nel suo riconoscibilissimo e, forse per lui, difensivamente rassicurante pessimismo cosmico, ecco la svolta. Una nota di tenerezza si introduce nello spartito, crescendo d’intensità e volume, e arricchendo di calda umanità la composizione. Le ossessioni e le idiosincrasie si stemperano in una comprensione empatica dove anche il consueto fantasma materno, con le sue proverbiali maledizioni, perde le sue caratteristiche persecutorie e assume i contorni di un’umanità condivisibile. Anche i classici segnali nostalgici del regista, non si risolvono nel rimpiangere i “Radio Days” di una qualche mitica età dell’oro o una “Autumn Leaves” soffusamente suonata in uno degli ultimi piano bar sopravissuti a Soho. Sono piuttosto richiami alle necessità attuali verso precise scelte interiori e di modi di essere. Che per il nuovo Allen significa imprevedibilmente aprirsi alla speranza proprio quando le contingenze realisticamente porterebbero a derive pessimiste.

“Questa è la vita reale!” Dichiara Gatsby, alter ego del regista, deluso e demoralizzato, in piena crisi di fiducia. “La vita reale è per chi non sa far di meglio!” Risponde Shannon, la sorellina di una vecchia fiamma di Gatsby in adolescenza, diventata donna, apparentemente scontrosa e indisponente ma che assumerà dei risvolti simbolici positivi inaspettati.

Speranza, abbiamo detto, ma non fine a se stessa. Piuttosto portatrice della fiducia indispensabile di potersi realizzare continuando a migliorare se stessi. Di sapere distinguere il vero dal falso, il valore certo da quello effimero. La fiducia di continuare a vivere i propri sentimenti e i sogni romantici, in un mondo che sempre più cinico e opportunista opera per farli dimenticare. La fiducia di non sottomettersi alle convenzioni e di rimanere fedeli a se stessi nonostante le conseguenze. Non per ribellione ma per potere imparare e crescere. Chi sceglie l’effimero e non la verità, l’opportunismo e non il sentimento, Chi perde il treno della bellezza e dell’amore rimarrà con un pugno di mosche o a mani comunque vuote, come il vuoto che gli rimarrà dentro. Perché è nel riconoscere le giuste prospettive di falso e di vero che possiamo trasformare il fato in destino. Perché solo accogliendo l’autenticità delle cose è possibile incontrare la bellezza e chi autenticamente ci può amare, magari proprio quando cade la pioggia e noi ci culliamo nella malinconia. “Un Giorno di Pioggia a New York” guarda al futuro in maniera positiva, e anche il suo autore, giunto alla veneranda età di 84 anni, con la scelta simbolica di attori ventenni, sembra voler dire che per lui il futuro è appena all’inizio.  E noi sapendo che un suo nuovo film è già in cantiere gli rispondiamo entusiasti: “Scaldaci ancora il cuore, Woody.”

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